Negli ultimi anni il trattamento dell’epatocarcinoma (HCC), il tumore primitivo del fegato più frequente, è cambiato profondamente grazie all’introduzione dell’immunoterapia. In particolare, la combinazione di atezolizumab e bevacizumab è diventata una delle principali terapie di prima linea per i pazienti con malattia avanzata non operabile, perché ha dimostrato di migliorare la sopravvivenza rispetto ai trattamenti precedenti. Tuttavia, molti pazienti con epatocarcinoma presentano anche una cirrosi epatica, una condizione che può rendere più complessa la gestione delle terapie sistemiche.
Una delle principali difficoltà riguarda il rischio di scompenso epatico, cioè il peggioramento della funzione del fegato con comparsa di complicanze come ascite (accumulo di liquidi nell’addome), encefalopatia epatica, ittero o sanguinamenti da varici. Capire quanto questo fenomeno influenzi l’efficacia e la sicurezza dei trattamenti è fondamentale per migliorare la gestione clinica dei pazienti.
Uno studio multicentrico internazionale, ideato e coordinato dall’equipe epatologica del CEMAD (Prof.ssa Ponziani), recentemente pubblicato ha analizzato proprio questo aspetto, valutando 247 pazienti con epatocarcinoma avanzato trattati con la combinazione atezolizumab-bevacizumab nella pratica clinica reale. L’obiettivo era capire come la funzione epatica iniziale e l’eventuale comparsa di scompenso durante il trattamento potessero influenzare l’andamento della malattia e la sopravvivenza dei pazienti.
I risultati hanno mostrato che la terapia mantiene una buona efficacia anche nei pazienti con funzione epatica non perfettamente conservata. Nel complesso, la sopravvivenza mediana dei pazienti è risultata di circa 18 mesi, un dato rilevante considerando la gravità della malattia. Tuttavia, i pazienti con una funzione epatica migliore (classe Child-Pugh A) hanno mostrato una sopravvivenza significativamente più lunga rispetto a quelli con funzione epatica più compromessa (Child-Pugh B).
Durante il trattamento, circa un quarto dei pazienti ha sviluppato un episodio di scompenso epatico. Questo evento è stato più frequente nei pazienti con cirrosi più avanzata o con segni di ipertensione portale, come la presenza di varici esofagee o ascite già all’inizio della terapia. Lo studio ha inoltre evidenziato che alcuni parametri clinici e laboratoristici, come il punteggio ALBI (che valuta albumina e bilirubina), possono aiutare a identificare i pazienti con maggiore rischio di scompenso.
Un dato particolarmente interessante riguarda la gestione dei pazienti dopo uno scompenso epatico. In molti casi la terapia è stata temporaneamente sospesa e successivamente ripresa dopo il miglioramento della funzione epatica. I pazienti che sono riusciti a riprendere il trattamento hanno mostrato una sopravvivenza simile a quella dei pazienti che non avevano mai sviluppato scompenso, mentre la prognosi è risultata significativamente peggiore in coloro che hanno dovuto interrompere definitivamente la terapia.
Questo risultato sottolinea un punto fondamentale: lo scompenso epatico non deve essere necessariamente considerato la fine del percorso terapeutico. Una gestione attenta delle complicanze della cirrosi può permettere, in alcuni casi, di controllare lo scompenso e proseguire il trattamento oncologico. Gli autori dello studio propongono inoltre un nuovo parametro di valutazione, il tempo allo scompenso epatico, che potrebbe essere utilizzato nei futuri studi clinici per comprendere meglio l’impatto delle terapie sulla funzione del fegato.
I dati confermano che la combinazione atezolizumab-bevacizumab rappresenta una terapia efficace anche nei pazienti con epatocarcinoma e funzione epatica moderatamente compromessa. Allo stesso tempo, evidenziano quanto sia fondamentale una gestione multidisciplinare, con una stretta collaborazione tra epatologi e oncologi, per trattare contemporaneamente il tumore e la malattia epatica sottostante. In un contesto complesso come quello dell’epatocarcinoma, la capacità di controllare le complicanze della cirrosi può fare la differenza, permettendo ai pazienti di beneficiare più a lungo delle nuove terapie disponibili.
Titolo originale
Stella L, Pallozzi M, Cerrito L, Santopaolo F, Tovoli F, Hollande C, Sidali S, Stefanini B, Campani C, Pellegrini E, Cabibbo G, Marra F, Piscaglia F, Gasbarrini A, Pompili M, Bouattour M, Ponziani FR. Liver Decompensation in Patients With Hepatocellular Carcinoma Treated With Atezolizumab Plus Bevacizumab: A Real-life Study. Clin Gastroenterol Hepatol. 2025 Dec;23(13):2529-2539.e5. doi: 10.1016/j.cgh.2024.12.028. Epub 2025 Feb 26. PMID: 40020957.



