Abbiamo già presentato il network di Lazio IBD NET, spazio digitale dedicato all’aggiornamento scientifico, alla formazione ECM e alla divulgazione clinica sulle Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali (IBD), attivo in Regione Lazio, come leggiamo sul sito di riferimento. L’approssimarsi di nuovi appuntamenti, di cui vi daremo come sempre notizia, è uno stimolo in più per tornare ad approfondire il grande tema della terapia delle MICI e del supporto al paziente cronico.
Iniziamo dando il microfono al Dr. Stefano Festa (ASL Roma 1, UOC Gastroenterologia, UOS MICI) intervistato all’indomani della IBD Masterclass 2026 dal titolo “Nuove strategie clinico-terapeutiche”.
“Oggi la giornata ha raccolto i migliori professionisti nella regione Lazio che fanno parte poi di Lazio IBD Net (…) ascoltiamo dal Dr. Festa È stata molto interessante la parte della discussione dei casi clinici reali, basati su quelle che sono le tematiche e le problematiche cliniche più rilevanti che ci troviamo ad affrontare nei nostri centri ogni giorno: l’ eterogeneità clinica, l’importanza di fare una corretta diagnosi e un corretto inquadramento della gravità e dell’attività della malattia, così come la conoscenza dell’efficacia e della performance di un farmaco…”
D Ci vuole descrivere dall’interno il centro in cui è attivo?
Festa “Il San Filippo Neri di Roma, in ASL Roma 1, è dislocato su tre poli: Nuovo Regina, Santo Spirito e il centro di maggior rilievo che è il San Filippo Neri dove c’è anche la parte di degenza. Da poco possiamo essere fieri di aver scritto un documento di PDTA (Percorsi Diagnostici, Terapeutici e Assistenziali ndr) sulle malattie infiammatorie croniche intestinali che accompagna il paziente dalla diagnosi fino alla presa in carico nel centro di riferimento. La peculiarità di questo PDTA è l’essere collegato con il territorio e quindi offrire una comunicazione bidirezionale tra centro di riferimento e centri territoriali.”
Ci sono poi realtà eccentriche rispetto a Roma e ai centri maggiori. Ne parliamo con la Dr.ssa Sara Cassetta (Dirigente Medico Gastroenterologia, Ospedale di Cassino FR).
“Lavorare in network è importante soprattutto per il paziente seguito nei piccoli centri come il nostro: abbiamo così la possibilità di poter riferire il paziente a centri di secondo livello per dargli possibilità terapeutiche più importanti è l’opinione delle Dr.ssa Cassetta, che prosegue Il paziente deve essere seguito nel centro che può aiutarlo di più e quindi, quando dovessimo aver bisogno di un supporto, il creare una rete regionale aiuta noi e aiuta soprattutto il paziente.
D “Oggi che si possono confrontare grandi quantità di dati in un modo sicuramente più veloce e anche più preciso rispetto al passato prossimo, ci sono delle differenze, delle specificità territoriali nel campo delle malattie croniche infiammatorie?”
Cassetta “Diciamo che ormai il Lazio si è sostanzialmente uniformato, per cui le possibilità terapeutiche, dal punto di vista delle molecole che possiamo utilizzare, sono le stesse in tutti i centri. Ovvio che in un polo universitario c’è la possibilità di essere inseriti in trial, in studi clinici, cosa che sicuramente a livello periferico non si può fare. Ad esempio, nel nostro centro svolgiamo attività di endoscopia, abbiamo un reparto con quindici posti letto, i pazienti fanno terapia biologica. Al contempo, sappiamo però che la rete regionale ci offre la possibilità di aiutare il paziente quando abbia bisogno di qualcosa in più, sia attraverso una discussione dei casi clinici più importanti nella rete regionale, sia attraverso il riferimento del paziente ad un centro di secondo livello.”
Confrontare una importante messe di dati, poter avere una grande capacità computazionale da cui trarre costanti utili a diagnosi e terapia, è un altro plus dei centri di eccellenza, di prima fascia. Ne parliamo con la Prof.ssa Emma Calabrese (Cattedra di Malattie dell’Apparato Digerente, Dip.to Medicina dei Sistemi, Università di Roma Tor Vergata).
“Oggi abbiamo una conoscenza ampia sulla gestione clinica e terapeutica di queste malattie. Ancora però non ne conosciamo alcuni aspetti fondamentali, che potrebbero aiutarci ancora di più a personalizzare il trattamento della malattia di Crohn e della colite ulcerosa. La condivisione della conoscenza può dare spunto per nuovi studi e nuovi scenari che ci permettano di comprendere al meglio queste malattie” è l’opinione della Prof.ssa Calabrese.
D “Lei si occupa di diagnostica avanzata e oggi si parla molto di nuove tecnologie, si parla molto dell’intelligenza artificiale: cosa è cambiato nel vostro campo?”
Calabrese “L’intelligenza artificiale è un aiuto per il nostro operato e non dobbiamo pensare che l’intelligenza artificiale si sostituisca al nostro lavoro. Come i computer: sono entrati nella nostra vita, sono stati sicuramente un aiuto ma non la sostituzione della nostra capacità di unire tutto quello che è conoscenza. Il paziente non è una macchina e quindi la macchina non può in qualche modo sostituirsi e comprendere il paziente.
Da un punto di vista tecnologico abbiamo fatto passi avanti, io mi occupo prevalentemente di ecografia intestinale (…) i software sono diventati molto performanti e ci permettono di vedere dei dettagli dell’intestino importantissimi che possono in qualche modo aiutarci proprio a riconoscere finemente la malattia di Crohn e la colite ulcerosa. L’intelligenza artificiale aiuta questa tecnologia già, per esempio, nella identificazione più veloce delle lesioni e ci potrebbe aiutare anche nell’insegnare l’ecografia più velocemente ai giovani medici.
Senza però nulla togliere all’intelligenza artificiale, il ruolo del medico deve essere sempre al centro: deve utilizzare tutte le tecnologie nel migliore dei modi, ma è lui che andrà a interagire col paziente, a capire al meglio le sue esigenze, cosa che una macchina non può fare.”



