Una forte spinta all’innovazione, sostenuta da un’alleanza tra tutte le componenti della ricerca farmacologica: questo il take home message della seconda edizione di Clinical Trials Day, appena conclusa a Roma presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore. Sul suo significato e sullo stato dell’arte della ricerca che l’evento ha messo in campo, abbiamo ascoltato il Prof. Antonio Gasbarrini (Direttore Scientifico Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS). L’intervista integrale, come sempre, disponibile sul nostro canale YouTube.
“I clinical trials sono davvero una grande innovazione, ma nella realtà dei fatti fanno già parte della pratica clinica” la prima affermazione del Prof. Gasbarrini “I trial clinici, soprattutto nell’era dell’intelligenza artificiale, ci permettono di avere accesso rapidissimo all’innovazione. Dal momento che si scopre una molecola (…) da quel momento alla messa a terra passano due, tre, quattro, cinque, dieci anni.
Poter avere accesso a quella innovazione dieci anni prima vuol dire tanto. In alcune malattie vuol dire sopravvivere, la differenza tra sopravvivere o morire. Ad esempio, pensate a una grande chirurgia ortopedica: poter camminare o essere obbligati a utilizzare delle protesi o, in alcuni casi, a non camminare proprio. Quindi l’innovazione, i trial clinici, ci fanno arrivare subito a quello che sarà futuro.”
“La maggioranza delle malattie prosegue il Professore “le rallentiamo e le possiamo curare solamente in parte. Il vero successo sarebbe quello di cronicizzare un tumore. Per un tumore al pancreas o con un tumore al polmone o con un glioblastoma, qual è il vero successo? Vorremmo vedere eliminato il tumore, ma se non ce la facciamo, cronicizzarlo. Con alcuni farmaci questo si può fare.”
“Abbiamo voluto celebrare la Giornata Mondiale dei Trias Clinici per tre motivi. Far capire cosa succede quando un farmaco innovativo entra nel mercato, come cambia la medicina. Due, abbiamo voluto vedere come i dispositivi medici o chirurgici possono cambiare la medicina. Esistono dei wearable device che si mettono attorno al corpo, che ti permettono di monitorizzare le traiettorie di cura di un paziente, decidere quando cambiare la terapia. Esistono anche modalità diverse di fare trial. Dimostrare che l’alimento A fa meno male dell’alimento B. Alcuni energy drink, alcune sostanze ricche di ultraprocessati, di emulsificanti, di additivi, di solventi, di coloranti, non fanno bene alla salute. Sono la base dello sviluppo delle malattie, quindi in qualche modo trial anche sull’ alimentazione sana.”
C’è un altro aspetto poi che, tra gli altri, il Prof. Gasbarrini tende a sottolineare: l’internazionalizzazione delle competenze, la circolazione planetaria del sapere scientifico “Nella ricerca clinica la partita non è l’Italia, non è l’Europa, la partita è il mondo. Oggi, è all’Asia che bisogna guardare. La velocità con cui i trial vengono effettuati, la velocità, l’assenza quasi di burocrazia che c’è in Cina, sta diventando uno standard mondiale. Quindi, ci siamo confrontati con la ricerca di tutto il mondo, abbiamo voluto dimostrare alle istituzioni, ai pazienti, ai cittadini, come, facendo ricerca, si cura meglio.
D “Cosa vogliamo dire alle persone in cura, alle loro famiglie? possiamo dare un messaggio sull’importanza di partecipare a un trial clinico?
Gasbarrini “Quando un medico propone di entrare in un trial, questo ha un significato ben preciso: i farmaci o le tecnologie che abbiamo in quel momento a disposizione non sono sufficienti a curare bene quella malattia.
Quindi sottolinea il Professore fidarci di un medico quando ci propone di entrare in un trial. Poi, dall’altra parte, dovete sapere che il rigore che c’è attorno a un trial vi mette in una sicurezza assoluta, più sicuri che la pratica clinica, proprio perché si devono seguire delle regole rigidissime, per tutelare il paziente.
E poi, l’accesso all’innovazione. Calcolate che nei tre anni di fase prima, di fase seconda, di fase terza, si ha un accesso a una cura 10, 7 e 3 anni prima di quando quella cura entri in commercio. Per alcune malattie purtroppo nefaste, le cosiddette “poor prognosis cancer”, quelle a cattiva prognosi, è la differenza tra vivere e non farcela.”




