“Nelle nuove strategie terapeutiche per le malattie infiammatorie, la chirurgia va considerata come un momento importante del programma. Non ci sono ancora dei sistemi che permettono di capire quando un paziente fallirà le strategie mediche oggi a disposizione. Quindi non sempre riusciamo a essere efficaci e precoci nel dare indicazioni chirurgiche…”
La terapia chirurgica delle MICI/IBD è ormai considerata parte integrante dell’approccio integrato e multidisciplinare alla cura di queste patologie. Sono infatti alle spalle i tempi in cui la chirurgia era vista come ‘extrema ratio’ per pazienti non responders alla terapia medica. Ne abbiamo parlato con la Dr.ssa Paola Caprino (UOC Chirurgia Addominale, Fondazione Gemelli IRCCS) che ringraziamo per la disponibilità, invitandovi a seguire – sul nostro canale YouTube – l’intervista integrale.
“È qui che è importante la capacità di lavorare in maniera multidisciplinare per intuire qual è il momento migliore per il paziente di passare da una strategia medica conservativa a intraprendere un percorso chirurgico che può garantire al paziente una più rapida ripresa (…)” riprende la Dr.ssa Caprino.
“La chirurgia lavora quindi in un ambito multidisciplinare con tutte le strategie che ci sono adesso in atto per cercare di ottimizzare la cura. Potrà intervenire anche in una fase precoce se c’è il consensus dei curanti nello scegliere una strategia che faccia uscire il paziente da una spirale che potrebbe non essere efficace.”
“Dal punto di vista operativo, come si è evoluta la chirurgia dell’IBD? Si parla molto di robotica, si parla molto di intelligenza artificiale: ci può dare lo stato dell’arte 2026 da particolare angolazione?”
Caprino “La chirurgia delle IBD è cambiata: dagli anni Cinquanta, quando la malattia è stata scoperta, in cui si facevano degli interventi di minima che avevano solo lo scopo di superare la stenosi, a trattamenti che sono specifici, targhettizzati sul paziente e soprattutto mininvasivi. Nell’ambito della mininvasività, la laparoscopia sicuramente ha avuto un ruolo fondamentale perché ci ha consentito di avere tagli più piccoli, di essere più efficienti e garantire una migliore ripresa del paziente nel post–operatorio. Accanto a questo oggi si affianca la chirurgia robotica che ci consente di ottenere anche dei miglioramenti su quello che è il confezionamento dell’anastomosi, sull’estetica del trattamento, sull’essere più efficaci soprattutto in zone difficili e quindi le malattie infiammatorie, come gli altri ambiti della chirurgia si beneficiano di queste strategie (…)
La capacità di identificare tramite sistemi complessi con intelligenza artificiale quale sia il punto migliore per procedere a una resezione ci può consentire di avere margini puliti microscopicamente dalla malattia di Crohn e probabilmente in futuro di identificare quelli che tratteremo meglio chirurgicamente, con un minor tasso di recidiva a distanza quindi una più lunga efficienza nella cura nella strategia di cura che hanno ricevuto.”
D “Dopo la terapia chirurgica, qual è il follow-up?”
Caprino “I pazienti che hanno elevato rischio di recidiva, meritano di essere seguiti attivamente dai gastroenterologi. Noi chirurghi non siamo in grado di curare da soli la malattia di Crohn o le rettocoliti, siamo parte di un momento di collaborazione tra gastroenterologi e chirurghi. Quindi il paziente, subito dopo l’intervento chirurgico deve essere affidato in epoca precoce alla cura del gastroenterologo che si occuperà di impostare, se esistono dei fattori di rischio elevati, un trattamento biologico che continui la cura del paziente e poi dei follow up endoscopici che consentano di verificare l’efficacia del trattamento adiuvante impostato successivamente e – qualora le cose non vadano bene – shiftare verso terapie di secondo livello che possono garantire un più lungo periodo di benessere ed evitare una recidiva che porti poi il paziente di nuovo a un intervento chirurgico.”




