“Treat to target” è un’espressione oggi molto utilizzata in medicina: definisce un approccio, una strategia terapeutica che si propone il raggiungimento di obiettivi condivisi (ad esempio remissione clinica, guarigione mucosale, normalizzazione dei marker di infiammazione) e verificabili.
La IBD Masterclass 2026 dal titolo “Nuove strategie clinico-terapeutiche” ha dedicato a questo delicato tema uno spazio di rilievo e ne abbiamo chiesto una sintesi al Dr. Giuseppe Privitera (IBD Unit Humanitas Research Hospital, Milano) che ringraziamo. Come sempre, l’intervista integrale è sul nostro canale YouTube.
“Quando parliamo di malattie infiammatorie croniche dell’intestino parliamo di patologie che vanno al di là del sintomo del momento, della diarrea o del sangue nelle feci, parliamo di patologie caratterizzate da un accumulo del danno a livello intestinale e quindi da un impatto profondo sulla qualità di vita del paziente” introduce il Dr. Privitera.
“Al netto dei farmaci, che sono sempre di più e che ci consentono di trattare queste patologie, oltre ad avere nuovi farmaci dobbiamo sviluppare anche delle strategie per utilizzarli al meglio, per massimizzare la resa di questi farmaci e in quest’ottica parliamo di treat to target e di medicina personalizzata.
D “Vogliamo chiarire il significato di queste due espressioni?”
“Sappiamo che un paziente che non ha più i sintomi, che risolve il suo quadro di dolore addominale, di diarrea ma mantiene livelli di infiammazione elevati può avere, nel breve, medio o lungo termine, una recidiva di malattia o sviluppare delle complicanze” chiarisce il Dr. Privitera.
“Treat to target” vuol dire quindi provare a controllare non solo i sintomi, ma essere più ambiziosi e provare a contenere l’infiammazione a livello endoscopico o addirittura ancora oltre, fino a una completa risoluzione dell’infiammazione a livello dell’intestino.”
D “E la medicina personalizzata cosa si prefigge?”
“Quando iniziamo un nuovo trattamento, sappiamo che questo è mediamente efficace nella popolazione ma non siamo in grado di prevedere se, per il paziente che abbiamo davanti in quel momento, sarà effettivamente efficace.
Dobbiamo invece essere in grado di prevedere come evolverà la sua patologia, qual è il farmaco migliore per lui o per lei, qual è la strategia per utilizzarlo nella maniera ottimale.
È l’aspetto su cui la ricerca deve concentrarsi in questo momento, abbiamo qualcosa oggi ma dobbiamo puntare ad avere di più.”
La risposta individuale è quindi al centro della strategia di cura e ne permette il successo. Questo porta lo specialista confrontarsi con casi clinici sempre nuovi e diversi. Sui quali lo scambio di esperienze e competenze è fattore critico di successo. Ecco quanto al riguardo ci ha illustrato la Dr.ssa Daniela Pugliese (UCSC, UOS GE Gemelli Isola, CEMAD Gemelli IRCCS) in una intervista esclusiva alla uscita della IBD Masterclass 2026 di cui vi anticipiamo alcuni passaggi, rimandandovi alla versione integrale su YouTube
“Abbiamo trovato uno spazio alla discussione dei casi clinici, casi clinici reali quindi di pazienti che gestiamo e curiamo presso CEMAD ci descrive la Dr.ssa Pugliese, che precisa “una discussione molto interessante svolta in ambito multidisciplinare perché nella nostra audience oltre che i gastroenterologi c’erano i chirurghi, i nutrizionisti a discutere i casi.”
“Ad esempio: un paziente con una colite ulcerosa steroide dipendente aveva fatto un trattamento con Infliximab: dopo un iniziale periodo di benessere aveva perso di risposta. Da qui, abbiamo discusso sulle strategie migliori nel management; quindi, nei pazienti che perdono di risposta a Infliximab, che purtroppo sono anche fino a un 30-40% già dopo il primo anno di trattamento con questo farmaco. Quali possono essere le strategie migliori? Potremmo utilizzare un approccio basato sul dosaggio dei livelli di farmaco e degli anticorpi, che può essere utile per capire qual è il meccanismo che ha portato alla perdita di risposta di questo farmaco (…)”
D “A rendere più complessi i casi possono essere le comorbidità, le patologie concomitanti?”
Pugliese “Le comorbidità sono una problematica con cui ogni giorno ci troviamo ad avere a che fare sia nel paziente relativamente giovane o giovane, sia nel paziente anziano. Una piccola quota di pazienti con malattia infiammatoria viene poi diagnosticata in età avanzata. E inoltre, i nostri stessi pazienti invecchiano; quindi, comunque col passare del tempo ci ritroviamo a gestire le comorbidità.
Fortunatamente le comorbidità che realmente hanno un impatto nella scelta terapeutica non sono tantissime, però molte volte ci ritroviamo a gestire alcuni pazienti insieme ai colleghi oncologi. Non è così infatti raro che i nostri pazienti abbiano avuto una precedente neoplasia, anche relativamente recente, se pensiamo a neoplasie che hanno una incidenza elevata nella popolazione generale come può essere un tumore della mammella o un tumore della prostata. Quindi in quel caso è fondamentale la gestione condivisa per stabilire qual è il trattamento più efficace per la malattia infiammatoria ma che abbia il minore impatto sulla malattia oncologica.”




