L’alcol è ancora oggi una delle principali cause modificabili di malattia e morte prematura nel mondo. Nonostante decenni di ricerca, la domanda su quale sia, se esiste, una soglia di consumo ‘sicura’ rimane aperta e dibattuta. Per cercare di rispondere in modo rigoroso e completo, i ricercatori del CEMAD del Policlinico Universitario Gemelli di Roma, tra cui il dott. Dionisi, e il prof. G. Addolorato, hanno realizzato una revisione sistematica pubblicata sull’European Journal of Internal Medicine: una sintesi di studi, che ha analizzato 49 revisioni sistematiche e meta-analisi, due documenti dell’OMS e uno studio osservazionale, coprendo 37 domande di ricerca pre-specificate su rischi, interventi clinici e politiche di salute pubblica.
Il quadro epidemiologico è preoccupante ma in lento miglioramento. Secondo i dati OMS, tra il 2010 e il 2019 il consumo pro capite di alcol è leggermente calato, e i decessi alcol-attribuibili sono diminuiti del 2,5%. Tuttavia, nel 2019 l’alcol era ancora responsabile del 4,7% di tutti i decessi globali. Il binge drinking (consumo episodico eccessivo) continua a riguardare il 17% degli adulti, con prevalenza più alta negli uomini. Un dato che colpisce è la dimensione sociale del danno: le fasce socioeconomicamente più svantaggiate subiscono un rischio di mortalità alcol-attribuibile fino a 6 volte superiore rispetto a quelle più agiate, anche a parità di consumo. È il cosiddetto “paradosso del danno da alcol”.
Sul fronte dei danni cronici, i risultati dello studio sono netti. Per la cirrosi epatica, il rischio cresce in modo ripido e non lineare con l’aumento del consumo, ed è marcatamente più elevato nelle donne: a 40 grammi di alcol al giorno (circa 4 unità alcoliche), il rischio relativo di cirrosi è circa 9,35 nelle donne contro 2,82 negli uomini, rispetto all’astinenza completa. Anche il pattern di consumo conta: bere la stessa quantità di alcol distribuita ogni giorno è più dannoso per il fegato rispetto a un consumo non quotidiano. Per il cancro, il rischio è aumentato già a bassi livelli di consumo per alcuni tumori specifici (seno, esofago, colon-retto, prostata), anche se il segnale più consistente emerge ai consumi più elevati. Per l’ipertensione arteriosa, il rischio aumenta in modo sostanzialmente lineare con il consumo. Questi dati sfidano l’idea diffusa che “un bicchiere al giorno” sia innocuo o addirittura protettivo.
E il famoso effetto protettivo del bere sulle malattie cardiovascolari? Secondo questa revisione, quell’apparente beneficio non regge all’esame critico. Analisi basate sulla randomizzazione mendeliana, un metodo statistico che riduce i bias osservazionali, non trovano supporto a un effetto cardioprotettivo causale. Al contrario, il consumo geneticamente predetto di alcol si associa a un maggior rischio di ipertensione e malattia coronarica. La distorsione era metodologica: gli astinenti di confronto spesso includevano ex bevitori malati che avevano smesso proprio per ragioni di salute, facendo apparire i bevitori moderati più sani di quanto fossero realmente.
Sul versante clinico, la revisione porta buone notizie: gli interventi brevi (brief intervention) nei contesti di cure primarie funzionano. In media, riducono il consumo di circa 20 grammi di alcol a settimana a 12 mesi. Anche gli interventi digitali (app, piattaforme online) mostrano un’efficacia modesta ma significativa, sebbene inferiore a quelli erogati direttamente da operatori sanitari. Per individuare i pazienti a rischio, gli strumenti di screening validati come l’AUDIT e l’AUDIT-C si confermano accurati e applicabili in diversi contesti clinici. Nonostante queste prove, la barriera più grande rimane l’implementazione: mancanza di tempo, scarsa formazione e resistenze organizzative continuano a limitare la diffusione dello screening routinario.
A livello di politiche di salute pubblica, i risultati sono più eterogenei. Le misure sui prezzi e la tassazione, incluso il minimum unit pricing, si associano a riduzioni del consumo e dei danni. Le restrizioni alla disponibilità mostrano effetti variabili ma tendenzialmente positivi. Le restrizioni al marketing hanno prove deboli e controverse, mentre le etichette con avvertenze sanitarie aumentano la consapevolezza ma non modificano significativamente i comportamenti. I controlli stradali rafforzati risultano più efficaci della sola comunicazione pubblica.
Il messaggio complessivo che emerge da questa ampia sintesi è chiaro: non esiste una soglia di consumo alcolico universalmente sicura, e la direzione dell’evidenza indica che meno si beve, meglio è. Gli autori sottolineano che questa non è una certezza assoluta su ogni singolo outcome, ma una valutazione complessiva delle prove disponibili. Per il clinico, questo si traduce in un approccio pragmatico: promuovere la riduzione del consumo, integrare lo screening nella pratica routinaria e garantire percorsi di cura per chi soffre di dipendenza da alcol. Per la sanità pubblica, significa investire nelle politiche strutturali che modificano l’ambiente in cui si prende la decisione di bere.
Titolo originale
Dionisi T, De Vita V, Di Sario G, Gasbarrini A, Addolorato G, on behalf of the “Alcohol Research” Group. Alcohol use: less is better. An umbrella systematic review of clinical interventions, policies, and dose–response health risks in adults. European Journal of Internal Medicine. 2026. doi: 10.1016/j.ejim.2026.106837



